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Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino

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27 Gen

Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino

Ho preso in prestito il titolo del famoso romanzo-verità della tossicodipendente Christiane Vera Felscherinow, ambientato a cavallo degli anni 70, per raccontare (o meglio cercare di raccontare) luci e ombre di una delle città più complesse d’Europa. Ho soggiornato qui nell’Agosto 2016 (alcuni mesi prima dell’attentato ai mercatini di Natale a Breitscheidplatz) a pochi metri dalla zona del Bahnhof Zoo, diventata oggi il cuore pulsante di Berlino Ovest, grazie alla presenza di bei palazzi, negozi, ristoranti e locali di ogni genere. Ad uno sguardo più approfondito però, si percepisce che Berlino è una città che ancora paga: paga gli anni di una divisione interna sotto due schieramenti politici diversi, ma anche, e soprattutto, le conseguenze di una dittatura che ha avuto risvolti tragici, sotto tutti i punti di vista.

Se è vero, infatti, che i tedeschi sono abilissimi nel mostrare i loro punti di forza (primi fra tutti il Museumsinsel, l’insieme dei 5 Musei situato nel quartiere Mitte ad est della città o il palazzo di Charlottenburg, residenza estiva dei duchi di Prussia) è altrettanto vero che non fanno mistero del loro storico passato, riservando una cura e un’attenzione quasi maniacale a luoghi di interesse come l’Holocaust Memorial, il Judaische Museum o la Topographie des Terrors, il museo che racconta la storia della nascita e dello sviluppo della Gestapo. Oggi, 27 Gennaio, ricorrono 73 anni dall’apertura dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz Birkenau in Polonia e, per questo motivo, ho ritenuto giusto spendere qualche parola per ricordare la Shoah. Studiando per scelta la Lingua e la Letteratura Ebraica, mi è capitato spesso di intavolare discussioni con amici e conoscenti, poiché mi si chiedeva come mai, ad essere ricordata tra le varie stragi che hanno colpito l’umanità, sia sempre e solo quella ebraica. A questa proposito, vorrei rispondere che questa affermazione non è del tutto corretta. Auschwitz è la dimostrazione reale e lampante di quali follie possa concepire la mente umana, il prodotto ultimo di una scelta politica ben precisa, quella di sterminare alla radice un’intera popolazione che, a causa dell’impurità della razza, non meritava neanche di far parte del mondo. Ad essere perseguitati dentro i campi creati appositamente dai nazisti, non furono solo gli ebrei, ma gli oppositori politici, gli zingari, i disabili, gli omosessuali e tutti coloro che non rientravano nel canone della purezza ariana. Auschwitz è rimasto, per le generazioni che sono seguite a quegli anni terribili, il simbolo di una violenza inaudita, volta al totale annullamento dell’essere umano; è indicato come massimo esempio negativo, poiché in nessun luogo ed in nessun tempo, si ha un ricordo così nitido di un orrore di questa portata. Per quanto mi riguarda, invece, pur non essendo ebrea, ho sempre sentito mia questa causa. Ho cominciato a leggere Anna Frank e Primo Levi ad undici anni e, da bambina educata alla tolleranza e al rispetto del prossimo, non riuscivo a capire perché si potesse essere additati, perseguitati e addirittura uccisi per una diversità che non si era scelta, ma che ci portavamo dentro fin dalla nascita. Perciò, traggo occasione da questo articolo e da questa ricorrenza storica, per condannare SEMPRE, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, ogni forma di violenza commessa contro il genere umano, a prescindere che si tratti dalle strage degli indiani d’America, degli Armeni, di coloro che furono internati nei Gulag sovietici, delle Torri Gemelle o dei Rohingya in Birmania, per parlare dei giorni nostri. So già che oggi, su Facebook, appariranno tantissimi post sulla ricorrenza della Shoah, ma, a questo punto, vorrei darvi un consiglio: siate coerenti con voi stessi e non fingete di abbracciare una causa che non sentite vostra, solo perché “si fa così”; è invece giusto ricordare e continuare a raccontare questa storia perché, se smetteremo di farlo, perderemo la nostra umanità e la prossima volta, l’ebreo di turno potremmo essere proprio noi.

Buon 27 Gennaio!

Editor  Valentina Ariani  Graphic Designer Federica Narducci

Valentina Ariani
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