Il massacro di Srebrenica

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3 Ago

Il massacro di Srebrenica

 

Editor/Michele Bianchini  / Graphic Designer/G.Dall’Olmo

Questa è una storia di guerra, di militari, di paura, di proiettili che fischiano e bombe che cadono. E di morti, naturalmente. Srebrenica è una cittadina Bosniaca, a maggioranza Serba, e di religione musulmana. Metà anni ’90, i balcani sono sconquassati da una guerra civile , per ragioni etniche e religiose; l’ONU istituisce alcune zone di protezione, chiamate “ enclave” nelle zone più pericolose. Una di queste enclave è proprio a Srebrenica. Nel luglio 1995, l’enclave è sotto il controllo delle forze olandesi dell’ONU.  Il generale francese Philippe Morillon, comandante dei caschi blu in Bosnia, era entrato a Srebrenica nel marzo 1993 e, constatata la situazione di emergenza nell’enclave sotto assedio senza ne cibo ne acqua, aveva promesso alla popolazione terrorizzata che la città sarebbe stata, da quel momento, sotto la protezione delle Nazioni Unite .Il 9 luglio le truppe serbe cominciarono ad attaccare i militari Olandesi lungo tutto il fronte di Srebrenica . L’11 Luglio gli Olandesi lasciarono la città che venne immediatamente occupata dall’esercito Serbo comandato dal generale Ratko Mladić, assieme ad un gruppo paramilitare chiamato “gli scorpioni”, i Serbi si prodigarono immediatamente per dividere la popolazione per sesso , e per portarla fuori dalla città. Prima di lasciare l’enclave, le nazioni unite risarcirono i serbi per la benzina usata dai pullman per portare i rifugiati fuori da Srebrenica. Le divise sequestrate ai caschi blu vennero usate dalle forze serbe per convincere i fuggitivi a uscire allo scoperto in modo da essere uccisi. Dal 12 al 16 luglio 1995 vennero uccisi fra gli 8000 e i 10000 musulmani bosniaci. A distanza di mesi le fosse furono riaperte e i corpi dispersi, in modo da renderne impossibile il riconoscimento. Nel 2002, dopo sette anni di ricerche, il rapporto del Nederlands instituut voor Oorlogsdocumentatie ha ritenuto l’alto comando olandese responsabile di negligenza per non avere impedito il massacro: missione mal preprarata, inadeguata presenza di mezzi e di copertura aerea, inadeguati rifornimenti ed inadeguata coordinazione fra il ministero della difesa ed il ministero degli esteri. Dopo 6 giorni dalla pubblicazione, in seguito al dibattito sulle responsabilità del contingente olandese nel massacro, il primo ministro Wim Kok ha rassegnato le dimissioni insieme al resto del suo governo.
Il tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha incriminato 21 ex militari serbi, tra soldati graduati, sottufficiali e ufficiali, per i quali è stata riconosciuta l’aggravante di Genocidio.
Viene da domandarsi perché le truppe ONU non si opposero. Le motivazioni riscontrate sono di vario tipo; cattiva comunicazione con il comando francese a Zagabria, scarsità di armi ed equipaggiamenti, assoluta mancanza di copertura aerea e di artiglieria. Quando il 6 luglio iniziò l’attacco, il generale Karremans diede l’allarme, richiedendo supporto aereo e rinforzi, il 6 , l’8 e l’11 luglio 1995, senza però ottenere parere positivo dal comando di battaglione. In occasione del ventesimo anniversario di tale avvenimento, è stata proposta una bozza di risoluzione all’ONU per condannare il massacro come genocidio. Tale risoluzione, però, non è stata approvata a causa del veto espresso dalla Russia, che ha motivato la propria scelta affermando come la bozza fosse “aggressiva, non costruttiva e politicamente motivata“. Nel consiglio di sicurezza hanno votato a favore tutti gli altri membri ad eccezione della Cina, del Venezuela, della Nigeria e dell’Angola che si sono astenuti.
Ancora oggi non si hanno certezze sul numero esatto delle vittime, lasciando il fatto come una ferita ancora aperta. Una ferita che ancora non si è rimarginata. 

Edoardo
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